Questo spazio è dedicato a domande, commenti, osservazioni.
Postato in: lezioni | Messo il tag: abitudini, beni culturali, consumo, domanda, offerta, preferenze, valutazione, vendita
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Nota bene (rif. slide 23):
“endogeno” deriva dal greco “endos-genes” = produrre dall’interno;
“esogeno” viene invece da “exo-genes” = produrre dall’esterno.
Le preferenze endogene sono quindi quelle relative al vissuto del consumatore; quelle esogene sono invece legate all’influenza dell’ambiente sociale.
Grazie a chi a lezione mi ha fatto notare lo scambio dei due termini nelle slide!
Una domanda sulla slide n.23. Come si può calcolare il valore di un quadro secondo il metodo del prezzo edonico? Finchè si parla di beni immobili mi è chiaro, poichè la complessità delle varie caratteristiche che li compongono permette questo tipo di approccio. Ma un dipinto non ha così tanti e diversi aspetti “stimabili”…
Come detto a lezione, il metodo del “prezzo edonico” nasce per il mercato immobiliare, valutando per esempio un appartamento sommando le sue diverse caratteristiche (es: locali, esposizione, condizioni, ma anche vicinato, servizi, etc.). Si può quindi applicare, come detto a lezione, a beni “complessi” come per esempio un museo (es: edificio, collezione, singola opera, servizi aggiuntivi, etc.). In questo senso, il singolo quadro può essere parte di una valutazione del prezzo edonico del museo in cui è inserito, ma non oggetto diretto di una valutazione di questo tipo. Questo ci porta anche a notare come metodi diversi di valutazione si adattino a tipi diversi di beni.
Vorrei fare un’osservazione riguardo al principio dell’utilità marginale decrescente:a lezione si è detto che questo principio non vale per i beni culturali poichè in ambito culturale non c’è “assuefazione”, a mio parere invece anche in questo campo si può verificare. Riporto un esempio:l’anno scorso a Palazzo Reale era stata organizzata una mostra dedicata a Boccioni(a cui io stesso ho assistito) e oggi a circa un anno di distanza e nello stesso spazio espositivo c’è una mostra dedicata a un altro pittore futurista:Balla. Personalmente il mio interesse a riguardo è diminuito invece che accrescere, perchè nonostante apprezzi molto l’artista avrei preferito magari affrontare un genere differente. Credo possa essere un esempio utile per dimostrare come in tutte le cose(anche in arte) la riproposizione di elementi affini o comuni possa portare a una diminuzione dell’interesse, soprattutto se riproposti in uno spazio temporale breve.
Saluti!
Tommaso
mi ha fatto piacere contribuire alla lezione, anche perchè credo che il valore aggiunto della frequenza universitaria sia appunto l’interazione fra docenti e studenti, con un confronto continuo su tematiche che interessano entrambi.
felice di essermi reso utile…
Gentile Tommaso,
in realtà a lezione abbiamo detto esattamente il contrario, cioè in ambito culturale c’è assuefazione (vedi slide 21: noi abbiamo usato il termine “dipendenza”).
Riguardo l’esempio da lei riportato, questo è perfettamente corrispondente a un altro fenomeno analizzato a lezione, cioè il fatto che (sempre slide 21) il consumatore “assuefatto” tende a richiedere livelli qualitativi sempre più alti e l’offerta deve di conseguenza adeguarsi, cercando anche di diversificare il più possibile.
Un saluto
Grazie del chiarimento, effettivamente avevo inserito il commento proprio perchè non mi capacitavo di come fosse possibile il contrario.
Ora è tutto perfettamente chiaro!grazie ancora…
Tommaso
parlando del concetto di “assuefazione” non sono del tutto convinta della risposta data dal Professore a Tommaso. dicendo meglio non sono del tutto d’accordo con la stessa. Come Tommaso, anche io dopo aver visto una mostra o un museo, a me è successo con un museo in Costa Azzurra dedicato a Picasso il mio desiderio non era quello di vedere un’altra mostra su Picasso, per quanto di alto livello potesse essere, ma di spaziare verso altri orizzonti. quindi non credo che il crescente livello qualitativo basti. quanto conta quindi la diversificazione?? la diversificazione è elemento fondamentale per essere stimolati a crescere sempre di più culturalmente o è solo una condizione minore? se gentilmente professore potrebbe indicarmi qualche approfondimento a riguardo le sarei grata. grazie
Giorgia
In realtà, non è semplice dare una riposta su questo punto, in quanto vi è sempre un margine di soggettivismo nei comportamenti che è difficilmente assimilabile a una teoria valida in generale. Facendo riferimento a uno dei testi citati nella bibliografia di approfondimento segnalata a inizio corso (Candela-Scorcu, Economia delle arti, p.34), possiamo notare che:
- la formazione di abitudini incide sia sulla domanda di varietà che di qualità del consumo
- normalmente, la formazione di abitudini si accompagna a una progressiva specializzazione dei gusti
- secondo quanto notato da Alfred Marshall (Principi di economia), il consumatore “desidera cose più scelte, e cose che soddisfino i nuovi bisogni che si sviluppano in lui”
grazie. ora è tutto più chiaro. ottimo strumento il blog!
giorgia
Salve a tutti! Vorrei esprimere la mia opinione riguardo il paradosso di Frey-Pommerehen, secondo il quale un aumento di reddito porterebbe il consumatore ad una maggior disponobilità a pagare, ma , contemporaneamente, questa stessa superiore disponibilità monetaria implicherebbe un aumento della mole di lavoro che il soggetto deve gestire, sottraendogli cosi’ prezioso tempo utile da investire nelle attività del tempo libero, fra le quali la visita a musei. Ebbene credo che questo paradosso sia puttosto tendenzioso, poichè, al contrario, ritengo che, sopratutto prendendo a modello la struttura dell’impiego lavorativo moderno, il processo sia esattamente l’inverso. Mi spiego: è sicuramente vero che un soggetto, poniamo caso, adoperandosi in straordinari o aumentando il numero delle ore di lavoro, riceva uno stipendio maggiore a discapito della sua disponibilità di tempo libero, ma ritengo anche opportuno valutare questi usi fortemente saltuari e non particolarmente incidenti sulla disponibilità di tempo globale nella vita di una persona, proprio perchè legati strettamente, e solitamente, ad un lasso di tempo non particolarmente lungo; inoltre, presupponendo che l’aumento di reddito riduca il numero delle visite del soggetto oberato dal lavoro, questo, per esempio, non accade alla sua famiglia che, invece, avendo la stessa disponibilità di tempo di sempre, ma beneficiando dell’aumento di reddito complessivo del nucleo, ha più probabilità di impiegare una parte più consistente dei loro soldi nelle esperienze culturali. Nel sistema lavorativo moderno un incremento di reddito duraturo coincide solitamente con una promozione (per i lavoratori dipendenti) o con un fenomeno congiunturale esterno o un successo strategico (per i lavoratori autonimi). Prendendo il caso dei lavoratori dipendenti (non mi addentro in quello degli autonomi perchè sarebbe troppo complesso visto l’elevato numero di variabili), l’aumento di reddito stabile, che abbiamo detto coincide con una promozione, molto spesso non implica affatto un aumento della mole di lavoro; semplicemente al soggetto vengono affidati, nella maggior parte dei casi, compiti diversi, che magari implicano più responsabilità o maggiori cognizioni tecniche, ma che mantengono inalterate la durata delle prestazioni lavorative e che, anzi, per i livelli più alti delle gerarchie manageriali (caso limite), addirittura si riduce!!! Insomma + reddito= tempo lavorativo inalterato= + visite!!!Spero di essere stato convincente, voi cosa ne pensate???
Sarebbe un tema molto ampio da dibattere, perché chiama in causa le complesse relazioni tra macro sistema economico e vita lavorativa personale.
Per chi voglia approfondire consiglio la lettura di due testi che molto dibattito hanno creato negli ultimi anni:
- Richard Sennet, L’uomo flessibile, Feltrinelli (leggi una scheda)
- Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, Mondadori (leggi una scheda)