andrea kerbaker - lo stato dell’arte
Pubblicato il 10 Marzo 2008 di dario villa

Questo spazio è dedicato a domande, commenti, osservazioni sul testo in questione.
Postato in: bibliografia

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mi è piaciuto molto leggere di questo “Stato dell’arte”, è un saggio che parla in modo semplice, diretto e giunge al cuore di molti dei problemi che la cultura in genere trova quando deve cercare di arrivare a tutti.
Credo sia proprio questo il problema grosso, poter arrivare al maggior numero di persone possibile, e il fatto che in pochissime pagine, che si leggono in un pomeriggio, si riescono a condensare tantissimi concetti ed idee credo rappresenti un segnale che la strada intrapresa è quella giusta….
buona lettura
Schiavi G.Mario
“Lo stato dell’arte” è un libro molto interessante, semplice nel linguaggio, chiaro e diretto, grazie soprattutto ai molti esempi che l’autore propone per sostenere le sue tesi. Ritengo però che questi esempi siano importanti esperienze che purtroppo restano dei casi isolati nel panorama culturale italiano e mi è difficile capire il motivo per cui le interessanti iniziative che Kerbaker riporta, nonostante si siano rivelate innovative e vincenti, non siano estese con maggior convinzione nel nostro paese. Qual è il motivo che impedisce una maggiore esapansione di queste proposte? E’ a causa di una mancanza di fondi o di un rifiuto da parte delle istituzioni? O che altro???
Saluti!
Tommaso Abbiati
Personalmente la lettura di questo libro mi ha letteralmente sconvolto. Sono stupita della superficialità con cui il problema dei Beni Culturali viene affrontato da un personaggio che dovrebbe definirsi “studioso”; non capisco proprio quale sia l’obiettivo di tutte quelle considerazioni: attrarre più gente possibile? E mi chiedo, forse molto ingenuamente, è così fondamentale guadagnare di più con beni culturali? O meglio: l’obiettivo di attirare la gente è solo per guadagnare (e allora le proposte di Kerbaker vanno benissimo) o per creare una conoscenza e una coscienza critica del nostro patrimonio culturale? Alcune delle sue riflessioni sono veramente ridicole per chi, come me, ha avuto una formazione storica, della STORIA dell’arte (non vedo come possa essere altrimenti, comunque). Tutto sembra finalizzato a creare un perfetto prodotto di marketing… il che potrebbe anche andare bene se non fosse che, a quanto pare, le leggi del marketing non sono altro che le storielle curiose e simpatiche che piacciono alla gente (per esempio il fatto che la Gioconda è vestita di nero perchè a lutto… veramente?). Ma allora mi chiedo: è davvero sufficiente scrivere sui cartellini delle opere le “curiosità” per far sì che la gente visiti una mostra? O forse è meglio scrivere ciò che veramente ha creato la STORIA dell’arte - lo stile, il linguaggio, la scelta di una tecnica e soprattutto il perchè - ma magari dimezzando il prezzo del biglietto?
Si cerca sempre più di attirare le persone con l’illusione che le mostre sugli impressionisti o su Caravaggio (negli ultimi anni sono sempre quelle! ah no, scusate… nel 2007 Brescia si è votata anche al post-impressionismo… davvero impressionante) possano veramente farti conoscere qualcosa della storia dell’arte… tutto, temo io, basandosi sull’ignoranza della gente: esattamente un anno fa mi trovavo a New York con il prof. Caramel… visitando il Met, la Galleria Nazionale di Washington, la galleria di Philadelphia, un pensiero ha accomunato le posizioni di molti di noi studenti: l’arbitrarietà e la superficialità di queste collezioni. Personalmente non credo che in Italia sia possibile far passare come attribuito a Piero della Francesca un mediocre quadretto di bottega. Attenzione! Mi rendo conto che non sono nessuno per valutare un’attribuzione di questo livello, ma non sono l’unica a dirlo (l’unica nel senso che ci sono cataloghi, articoli…)! E’ che noi siamo talmente abituati ad avere opere di alto livello sotto i nostri occhi, per cui anche a un semplice studente, italiano, appare evidente quanto sia ridicolo attribuire un’opera mediocre (palesemente mediocre!) a un genio come Piero della Francesca!
Dico questo perchè, appunto dopo l’esperienza a New York, vedo l’impostazione di Kerbaker molto simile a quella statunitense: sembra che l’obiettivo non sia creare conoscenza, quella vera, ma solo audience… e mi permetto di dire anche che, per forza di cose, la conoscenza, quella vera (in relazione alla storia dell’arte che, credo, i musei rappresentano), la possono produrre e creare solo chi la storia dell’arte la conosce, e anche molto bene! Cioè gli storici dell’arte… sono convinta che qualunque studioso di storia dell’arte (non di marketing dei beni culturali o di economia dei beni culturali: di storia dell’arte) non possa minimamente concepire un approccio tanto superficiale: è assurdo pensare di impostare un museo come gli Uffizi su una sola delle sue opere (mi rifaccio all’esempio della Primavera di Botticelli proposto a pagina 49)… il discorso è basato sull’isolamento dell’Opera d’arte (termine usato proprio da Kerbaker): per chi studia la storia dell’arte un’opera è impensabile senza la sua storia : perchè Botticelli è riuscito sul finire del Quattrocento a creare un’opera di quel livello intellettuale? Che cosa significava, all’epoca? Perchè proprio a Firenze? Perchè proprio Botticelli? Non credo che siano esaustive le vicende simpatiche o le ricostruzioni 3D dell’opera… forse è meglio contestualizzarla, magari sottoleando il fatto che, non a caso, Botticelli è stato allievo di un certo Verrocchio (che nessuno, nessuno!!!!! conosce), ma che, guarda caso, è stato il maestro di un altrettanto ignoto Leonardo da Vinci! E’ incredibile… e gli Uffizi propongono tutto questo, già ora! E’ per questo, secondo me, che quando si entra alla Cappella Sistina, la stragrande maggioranza delle persone sta con la testa all’insù, poi esce, guarda la guida e… oh! C’era anche Botticelli, c’era anche Perugino! E solo perchè sono nomi “meno titanici” di Michelangelo, nessuno ci fa caso… o meglio: si sa che la Cappella Sistina è famosa per Mihcelangelo e si guarda solo quello! Si decontestualizza completamente un genio che, scusate se mi permetto, non sarebbe certo tale senza certi precedenti e certe relazioni STORICHE che ha potuto sperimentare… (credo che questa considerazione, se non sbaglio, possa fare riferimento anche a quanto ha detto Philippe Daverio nel suo programma televisivo, che ho visto segnalato su questo log dal prof., sul fatto che al Laouvre tutti vanno “spediti” alla Gioconda, tralasciando tutto il resto… forse il problema non si risolve con “mettiamo la Gioconda all’inizio, isoliamola dal resto così la gente può venire a vedere solo quella pagando il biglietto più volentieri”… magari cercando il modo di far comprendere alle persone quanto fondamentale sia il rapporto di Leonardo con quel “resto” di cui sembra si possa fare tanto a meno).
In realtà ci sarebbero tantissime altre cose da dire… il punto, secondo me, è questo: è davvero fondamentale sfruttare economicamente e a forza, il nostro patrimonio culturale? A scapito della reale coscienza crtitica verso questo stesso patrimonio? A pagina 52 si dice che “lezione o conferenza sono vere parolacce”… mi dispiace per chi crede questo, ma per avere conoscenza delle cose, bisogna studiarle! Si può chiamare come si vuole, sempre con l’obiettivo di attirare più gente possibile, ma, ancora… è obbligatorio che tutti capiscano tutto? E’ fondamentale che si faccia venire voglia a un ingegnere nucleare di sentire una “conferenza” mascherata in “conversazione” (così Kerbaker è contento) sui manoscritti liturgici carolingi? E ancora… sempre a pagina 52 dice “bisogna creare una cultura basata sullo scambio, non ex-cathedra”… il problema rimane: è possibile creare cultura dal nulla? O forse è meglio confrontarsi con chi quella cultura la sa già (e mi viene in mente solo un professore…)?
Credo che la cosa fondamentale sia creare una coscienza forte di ciò che è e che è stata, nel corso di secoli e secoli di storia, l’Italia…e il solo modo (e qui faccio riferimento anche al testo di Hugues de Varine) è l’educazione: educare sin dell’infanzia al rispetto per la storia, che si traduce e si esplica nella storia dell’arte, nella storia della musica, nella storia della politica, nella storia della filosofia, nella storia della letteratura… in questo modo mi avvicino a quanto denuncia Settis a un certo punto del suo libro, quando parla della bassa qualità dei corsi di laurea odierni. Credo che abbia perfettamente ragione: è estremamente difficile, ma il valore intellettuale dei grandi della storia dell’arte è tale proprio nella misura in cui riescono a calare le proprie discipline in un CONTESTO più ampio… non è possibile studiare la storia dell’arte “esclusivamente”, senza dover studiare anche la musica, la letteratura, la filosofia. Infatti, almeno per l’esperienza che ho avuto io e per i professori con cui ho avuto a che fare, gli esami sono sempre stati molto “enciclopedici”. Con questo non intendo dire che per fruire del patrimonio culturale si debba diventare storici dell’arte… ritengo semplicemente che una mostra, per essere bella e di qualità, non possa prescindere dal dare un certo tipo di informazioni, storiche, appunto, che si possono trovare solo in chi la storia l’ha studiata. Certo, magari cercando di aggiornare quanto più possibile la veste grafica (esteriore) dei nostri musei, con allestimenti più accattivanti, ma sempre di alto livello: le storielle e i giochini non servono a nulla.
Vorrei solo precisare che tutto questo vale per tutta la storia dell’arte, anche quella contemporanea (nonostante i miei esempi facciano soprattutto riferimento a musei con collezioni “antiche”, più che altro per la mia formazione prevalentemente medievale-moderna).
Bene… mi sono dilungata tantissimo, ma in Italia abbiamo un tesoro immenso, e per “guadagnare” lo si svende mascherandolo per il più facile e simpatico dei giochini… non capisco proprio.
Alessandra Turetta
Non si può negare che Kerbaker sia un testo agile e con proposte generalmente condivisibili, per lo meno su base teorica. Nè si può negare che colga con apprezzabile sintesi l’atteggiamento tipo dell’Italiano di fronte ai beni culturali: abitudine, chiusura al nuovo, fastidioso snobismo intellettuale.
Però la maggior parte degli esempi che porta a sostegno delle sue tesi sono poco convincenti perchè spesso si basano sulla superficialità, in particolare nella scelta di alcuni paragoni con città o ambiti culturali.
(Per esempio tutti i riferimenti che fa all’ambito teatrale non sono per niente pertinenti e suonano un po’ come luoghi comuni. A un certo punto dice che i teatri sono usati solo di sera. A parte le attività diurne aperte al pubblico, le compagnie teatrali devo poter sfruttare lo spazio per creare lo spettacolo della sera. Se no dove lavorano???)
Per quanto riguarda il punto del manualetto d’uso che riguarda l’orignalità, mi sembra che proponga di eliminare la noia nel pubblico. Come non essere d’accordo!
Ma prima di tutto per stimolare la curiosità bisogna educare alla curiosità e non aggiungere giochi pirotecnici, perchè il rischio è che la gente non veda ciò che è indicato (il bene) ma si fermi a fissare il dito che indica- come infelicemente succede troppo spesso.
Poi, a tratti mi sembra anche che Kerbaker consideri la gente più stupida di quello che è, o comunque si dia come obbiettivo quello di porsi al livello del pubblico generico, non quello di portare questo stesso pubblico ad un gradino più in alto, non nella scala della famigerata Conoscenza (leggasi Erudizione), quanto piuttosto in quella della coscienza, che è ben più utile.
Ammirabile è comunque il suo puntare sulla passione pedagogica, e mi trova perfettamente d’accordo quando sostiene che nell’attività di valorizzazione è necessario possedere e dominare dei validi strumenti comunicativi. Certo ogni tanto si abbandona a furori romantici e ad esempi che lasciano un po’ perplessi ( siamo sicuri che la gente “ascolti” Sgarbi per i contentenuti? la mia attenzione in genere è maggiormante distratta dai suoi modi…
Concludendo mi sembra che Kerbaker arricchisca e tenti di “svecchiare” il dibattito in particolare quando pone l’accento sulla contemporaneità, dimostrandosi preoccupato della continuità tra ciò che è patrimonio e ciò che lo diventerà. Di questo in Italia ci si dimentica spesso: il Colosseo è stato contemporaneo ai suoi tempi…
P.s. : esilarante il parallelo Venezia- Amsterdam, p.73: “Come mai Amsterdam brulica e trabocca di vita e di visitatori anche nelle settimane più cupe d’inverno?”
Non credo sia necessario marcare qual è la peculiarità dell’offerta “culturale” della città. Gli Olandesi punteranno pure a valorizzare il “contesto”, ma non so quanto abbia a che fare con i loro beni culturali…
come c’è finita lì quella faccina????
Vedo con piacere che anche con Kerbaker è successo quanto accaduto con Settis: il testo ha suscitato reazioni critiche di vario tipo. Anche in questo caso, il mio ruolo non è quello di dare opinioni in merito, mi limito a sottolineare ancora l’importanza di un VOSTRO confronto su questi temi. In fondo, questo è proprio il motivo per cui i due testi sono stati scelti. Quindi, grazie per i vostri contributi e le vostre riflessioni.
Quando ho letto del parallelismo amsterdam-venezia, ho riso. Ringraziamo il signore se i canali veneziani non rigurgitano persone “piene di vita” ed i locali “oggetti interessanti”.
Lo Stato Dell’Arte non è stata una lettura entusiasmante. Sono perfettamente daccordo sul fatto che sia scritto bene, che scorra via come un ruscello di montagna, e che il genere del “manualetto” possa essere efficace. Leggere Kerbaker dopo settis, è stata però un’esperienza poco significativa. Kerbaker non incide sul lettore, non lo scava: se con “Italia SPA” sorgono dubbi, domande, curiosità, discussioni, persino litigi, con “Lo Stato dell’Arte” rimangono solo un senso di simpatia per l’autore, un consenso diffuso ed un sospiro di sollievo.
Senso di simpatia poichè, come già detto, è un testo di piacevolissima lettura; consenso diffuso perchè c’è poco da contestare; il sospiro di sollievo è invece generato dalla soddisfazione di aver finito un libro d’esame senza incontrare alcuna difficoltà.
Ho trovato la lettura di questo piccolo libro molto interessante e credo che possa veramente insegnare qualcosa. Nel nostro paese il patrimonio è chiaramente immenso ed altrettanto chiaramente poco valorizzato. Quindi leggendo i post precedenti mi chiedo se c’è la volontà di fare qualcosa e nel caso di una risposta favorevole, se è possibile fare delle proposte attuabili e concrete come quelle proposte dallo “studioso” Kerbaker, o limitarsi come la maggior parte degli italiani, studiosi e non, a lamentarsi e criticare chi cerca di mettersi in gioco e proporre soluzioni al passo con i tempi.
Non credo assolutamente che sia intenzione di Kerbaker fare del museo una sorta di circo dove trampolieri e mangiatori di fuoco girano per le sale, piuttosto credo che tenti di far capire come sia e deve essere possibile promuovere un doppio lavoro.
• Il primo è quello di creare una maggiore coscienza del patrimonio e questo indubbiamente può nascere solo dall’educazione all’arte nelle scuole dell’obbligo.
Avendo vari cugini e figli di amici posso dire con chiarezza che la storia dell’arte viene vista come un peso, una materia inutile che porta loro via del tempo. Questo per me è il vero problema. Perché lo studio di questa materia deve essere vissuta come un qualcosa di imposto e noioso?? Forse è il caso di rivedere il metodo con il quale si insegna questa materia fondamentale per la vita del nostro patrimonio?? Posso ancora portare un esempio personale a riguardo: durante l’ultimo anno di superiori nel mio liceo è arrivato un professore di storia dell’arte molto particolare. Ascoltare le sue lezioni era qualcosa di straordinario, non solo per la passione che mostrava nel raccontare, ma anche nel metodo singolare che consisteva in una sorta di teatralità nella descrizione dell’opera e della vita di artisti che venivano trattati. Questa teatralità non andava a scapito della resa culturale che queste lezioni avevano ma al contrario, attirando l’attenzione degli alunni, anche i meno interessanti alla materia hanno ottenuto risultati eccellenti.
Tutto questo per dire che credo che le proposte di Kerbaker siano un po’ indirizzate in questo senso, cercare di attirare l’attenzione della gente per creare quel meccanismo di cui abbiamo parlato a lezione di “dipendenza culturale”. Se un soggetto viene “spinto” da varie attività anche “spettacolari” come è stato detto, il risultato non sarà un abbassamento del livello della “cultura comune” ma, credo sia questo che non sia stato compreso bene, una crescita! Questo perché soddisfatto di una prima fruizione il soggetto creerà quella dipendenza che incrementerà il suo consumo futuro e si innescheranno tutte le conseguenze osservate a lezione che apporteranno solo dei benefici e alla nostra società e al nostro patrimonio che sarà maggiormente visitato, vissuto e quindi vivo. Inoltre i tempi sono cambiati dagli anni del Grand Tour e quindi credo sia necessario uno svecchiamento delle politiche culturali, mantenendo salda quella forte cultura di tutela che caratterizza il modello Italia, ma non nascondendoci più dietro questa cultura paralizzante. Non nego che i musei americani siano delle realtà singolari che niente hanno a che fare con la nostra tipologia e concezione di museo, e che le loro collezioni siano ben architettate per creare semplicemente audience (riuscendoci benissimo), ma allora perché non sfruttare la nostra ricchezza rendendola ancora come ai tempi del Gran Tour sinonimo di eccellenza e primato nel Mondo?? Rivitalizzare le nostre realtà museali non solo attirando i turisti, ma i cittadini abbassando il costo per l’ingresso per chi abita nelle città che ospitano questi musei, creando vari e differenziati percorsi tra le sale, educando al museo e all’opera d’arte non pretendendo che si visionino e che si apprezzino nella loro bellezza e complessità tutti i quadri esposti. Questa “abbuffata culturale” non può che portare ad una indigestione e quindi a un rifiuto futuro. Cercare di differenziare l’offerta è una possibilità di crescita culturale non solo per chi partecipa a queste attività, ma può garantire una crescita potenziale per l’economia del museo e può essere anche un’opportunità per curatori, critici e storici dell’arte per rinnovare e rinnovarsi mettendo sempre in gioco le proprie capacità.
• Da tutto questo consegue il secondo punto di sviluppo di cui parlavo all’inizio del post, abituare la gente ad andare al museo, non abbassando il target culturale anzi incrementandolo, porterebbe anche un maggiore sviluppo in termini economici per le istituzioni che si occupano del patrimonio, potendo così dar vita ai mille progetti che nascono dalla volontà e dalla passione di chi lavora in organizzazioni, onlus, musei e perché no anche di noi studenti che vorremmo poter fare qualcosa di concreto. I tempi sono cambiati, è ora di cambiare.
Personalmente non credo che il testo di Kerbaker sia superficiale; semplicemente penso che l’obiettivo dell’autore non sia quello di individuare una serie di possibili interventi concreti volti a rivitalizzare il settore dei beni culturali (il contrario del libro di De Varines, se vogliamo, in cui l’autore ha elaborato persino delle schede pratiche da utilizzare “sul campo”), quanto piuttosto di suggerire delle linee di indirizzo generali che sarebbe auspicabile seguire se vogliamo che il settore riesca a evolvere (o, quantomeno, a non regredire…).
Vorrei poi rispondere alla nostra compagna lale83 che si chiede se “è così necessario guadagnare di più con i beni culturali”: secondo me, e si tratta solo del pensiero di uno studente del secondo anno, la risposta è SI. Per il semplice motivo che attualmente i profitti dei soggetti che operano nel settore culturale, salvo rare eccezioni, praticamente non esistono: gli eventuali risultati economici positivi sono dovuti, nella maggior parte dei casi, alle entrate derivanti da sponsorizzazioni o contributi pubblici/privati (anche se, dal punto di vista puramente teorico, secondo la legge di Baumol, le funzioni di costo e ricavo per le imprese culturali divergono, e quindi non dovrebbe essere possibile raggiungere il punto di equilibrio tra costi e ricavi, benché sia dimostrato che esistono alcune tecniche elusive). Ottenere un risultato economico appena migliore di quello nullo attuale non credo comporti né uno stravolgimento del sistema odierno, né una “declassificazione” delle competenze degli storici dell’arte, il cui ruolo rimane, e rimarrà sempre, centrale.
L’importanza di ottenere un profitto difatti non risiede tanto nel risultato economico in sè, ma negli impieghi ai quali quel denaro può essere destinato: nuove iniziative culturali, miglioramento degli allestimenti, arricchimento delle collezioni, interventi di restauro…
Ovviamente l’economicità della gestione dev’essere subordinata alle finalità didattiche/educative e di diffusione della cultura, che rimangono gli obiettivi primari di un’azienda culturale, ma non credo sia sbagliato cercare di rendere il tutto più efficiente anche dal punto di vista finanziario.
Parlando delle mostre temporanee organizzate “solo per fare audience”, posso dire che neanche io le amo molto, ma credo anche che la loro importanza sia sottovalutata. Non parlo dell’evento in sé, ma dell’effetto che queste esposizioni hanno sul pubblico: spesso riescono ad avvicinare all’arte gente che non aveva mai messo piede in un museo, se non durante una gita scolastica, magari vent’anni fa. Naturale che gli organizzatori puntino su artisti che bene o male anche il pubblico più ignorante ha almeno sentito nominare (ecco il perchè di tanta insistenza sull’impressionismo…): se, ad esempio, le mostre a Santa Giulia fossero a state, che so, solo sulla produzione di Guido Cagnacci (se vi interessa: Forlì, Musei San Domenico, sino al 24 Giugno…
ovviamente la risposta del pubblico sarebbe stata diversa. Ma non è un male che vi sia stato un così elevato afflusso di visitatori, perchè molti di questi, grazie a quei banalissimi impressionisti e post-impressionisti, decideranno di visitarne altre di mostre, e più ne visiteranno più si affineranno i loro gusti, e le loro conoscenze si amplieranno così come la loro consapevolezza, e magari la prossima esposizione che andranno a visitare sarà proprio sul Verrocchio! Se questo processo non è educativo…
Non mi pare poi che Kerbaker voglia puntare, anche nel caso degli eventi molto graditi dal pubblico sopra descritti, su “giochi pirotecnici” (forse si faceva riferimento all’intervento di Peter Greenway sulla Ronda di Notte di Rembrandt??) che distolgano l’attenzione dei visitatori dall’opera d’arte; credo che Kerbaker intendesse riferirsi a tutte quelle operazioni che possono rendere l’interazione visitatore-opera più coinvolgente e stimolante, tanto più che se l’esperienza culturale si rivela piacevole, anche l’apprendimento da parte del pubblico è più proficuo.
Naturalmente tutti coloro che sono più “navigati” possono benissimo ignorare questi mega-eventi e concentrarsi solo su ciò che interessa loro di più. In questo modo sia il visitatore neofita che il “veterano” possono ritenersi soddisfatti.
Mi trovo assolutamente d’accordo, invece, sul fatto che siano necessari maggiori sforzi nel campo dell’educazione, già a partire dalle scuole elementari, dato che, come dice Settis nel suo libro, riportando un pensiero di Ernst Gombrich, spetta alle nuove generazioni custodire il patrimonio culturale, e se manca un’educazione al rispetto di tale patrimonio, non so quanto di esso potrà essere lasciato in eredità.
Infine, non credo neanche che sia poi così esilarante il parallelo Amsterdam-Venezia, perchè la città olandese è davvero stata in grado di valorizzare tutto quanto ruota intorno al settore culturale, e adesso gode di una vivacità creativa non comune e di un turismo culturale consapevole e di alta qualità (diversamente da quanto accade in Italia: quanti di quel milione e seicentomila visitatori annui degli Uffizi visitano il museo perchè lo vogliono, e quanti perchè gli è stato detto che va fatto??), che va ben oltre il solito museo Van Gogh, e che, certamente, è ingiusto identificare con coloro che si recano nella capitale olandese per le sue arci-note “attrazioni” (che, peraltro, si sta studiando di eliminare già da dicembre dello scorso anno).
Scusate se mi sono dilungato e se ho risposto ai commenti degli altri studenti, ma, d’altronde, un nostro confronto sul tema dei beni culturali era proprio uno degli obiettivi del Prof. Villa, no?
Io ho trovato la lettura di questo saggio piacevole; è stata una lettura leggera, non priva di contenuti (anzi!) ma tranquilla, non mi ha “appesantito l’anima”, non mi ha creato paura per una fine del mondo ormai imminente (come invece ho provato con Settis!).
Kerbaker mi ha fatto riflettere con la sua semplicità: non credo sia superficiale, credo che la sua intenzione sia di proporre e affrontare il problema della valorizzazione del patrimonio culturale italiano senza provocare allarmismi; tentativo lodevole perchè propone un problema che esiste: la poca reattività dell’Italia alle novità in campo culturale e la paura del nuovo, ma allo stesso tempo pone le questioni ancora aperte a soluzioni creando così i presupposti per un intervento: ciò che passa è che qualcosa si può ancora fare!
Al contrario, una volta finito di leggere il saggio di Settis, mi sentivo colpevole e incapace, mi ha immersa in una paura che immobilizza, che non lascia spazio alle idee perchè sembra sia ormai tutto inutile! e credo sia solo controproducente un approccio di questo genere…
Anche io come qualcun altro, leggendo i post precedenti, mi sono chiesta: è così sbagiato voler attrarre e avvicinare sempre più gente ai beni culturali?io non credo!al di là del guadagno, che potremmo ingenuamente dire essere secondario ma non lo è affatto perchè permette la vita delle nostre istituzioni!, non è bellissimo pensare che tutti gli italiani possano essere invogliati ad avvicinarsi ad un mondo magico com’è quello dell’arte?non credo sia giusto mantenerlo inalterato solo per le élites che già apprezzano; con questo non voglio dire che sia giusto sconvolgerlo e farlo diventare un fenomeno da baraccone ma saperlo valorizzare ad esempio, come dice giorgia nel suo post, partendo dai più piccoli ai quali l’arte deve essere presentata come divertente ed emozionante. Non pensate che i bambini che hanno avuto la possibilità di partecipare alle iniziative “notte al museo” saranno entusiasti visitatori di musei un domani?e che nel proseguimento della loro carriera scolastica vivranno lo studio della storia e della storia dell’arte come un’avventura?
Settis ma anche Kerbaker sono forse un pò estremi nel presentare le loro idee: devono convincerci! Sta a noi usare l’intelligenza ed estrapolare con oggettività e spirito critico da entrambi le idee migliori
Ho letto il contributo di studentestudioso e volevo solo precisare alcune cose. Come certamente avrete capito io non ho una formazione “economica” (sono al secondo anno della Lurea Specialistica in Storia dell’Arte dopo aver fatto Scienze dei Beni Culturali e un Liceo Artistico Sperimentale). Sono perfettamente d’accordo con te sul fatto che è importante, anzi necessario, cercare un risultato economico migliore di quello attuale relativamente ai Beni Culturali, il mio dubbio è se questo deve essere l’obiettivo principale, a scapito anche della reale conosciena e coscienza del nostro patrimonio culturale. Personalmente con gli esempi che hai portato nel tuo post io sono assolutamente d’accordo, relativi a migliorare gli “impieghi ai quali quel denaro può essere destinato: nuove iniziative culturali, miglioramento degli allestimenti, arricchimento delle collezioni, interventi di restauro…”. Solo che non mi sembra che Kerbaker sia su questo piano! Mi sembra che vada decisamente oltre, che tenti di attirare gente e di fare audience, ma puntando molto sullo “spettacolo” e un pò pochino sulla sostanza! Magari si utilizzassero i soldi per migliorare collezioni e soprattutto i loro allestimenti (nelle chiese fiorentine, compresa Santa Croce, non c’è neppure la targhetta con scritto il nome delle cappelle e chi le ha affrescate… problema: cappella Bardi e cappella Peruzzi sono opere di Giotto!).
Relativamente alle mostre degli impressionisti sono scettica solo per un motivo… troppo spesso mi sono sentita dire da amici e conoscenti: “ti accompagno solo se è una mostra degli impressionisti”… siamo veramente sicuri che questo tipo di mostre spingano a crearsi una coscienza dell’INTERO patrimonio culturale?
Siamo tutti d’accordo sui fondamentali punti fermi:
- educazione per continuare la conservazione dei beni culturali
- valorizzazione mantenendo il rispetto conservativo del patrimonio
- cavarci qualche soldino da reinvestire sempre a vantaggio dei beni culturali
- non sacrificare in nessun caso la sostanza
Ora, non mi dite che Kerbaker ci ha illuminato su questi punti, perchè mi sembra che chiunque con un po’ di buon senso pensi queste cose.
Semplice da leggere sì, ma per sostenere una tesi bisogna portare argomenti che abbiano un certo spessore e fare esempi di ambiti che si conoscono.
Personalmente mi stupiscono i procedimenti vuoti con cui ha costruito le sue argomentazioni.
Peccato, perchè i punti erano condivisibili e come si è visto li condividiamo tutti in linea di principio.
Il problema è che li condividiamo non perchè Kerbaker sia stato convincente, ma perchè gli siamo venuti incontro noi con le nostre testoline dove non è arrivato lui a sostenere con ragioni sostanziose. Tant’è che giunge persino all’ambiguità a volte, per cui Alessandra coglie l’aspetto economicistico, altri quello dell’educazione e io mi domando ancora: ma siamo sicuri che abbia un’idea forte di fondo a cui dare priorità e non semplicemente raccolga il buon senso comune?
Scusate la schiettezza, ma la simpatia non me l’ha suscitata neanche un po’. Anzi mi sono chiesta chi ha valutato questo saggio e deciso di pubblicarlo, perchè dal punto di vista testuale e di procedimenti retorici di costruzione di una tesi non è per niente valido. Ha un valore scientifico pari a zero. Nonostante, ripeto, i principi teorici siano condivisibili. Ma da un professore mi aspetto ben altro livello. E non intendo articolazioni improponibili di subordinate e sintassi barocca.
P.s.: con giochi pirotecnici non mi riferivo a Greenaway. Ritengo che la sua operazione - che purtroppo non ho visto- rientri nel campo di una possibile valorizzazione del patrimonio e sia allo stesso tempo una nuova opera di per sè. D’altra parte tutta l’arte contemporanea, almeno da Duchamp in poi, riutilizza forme preesistenti e precedenti secondo una logica di appropriazione, citazionismo e riassemblaggio.
Per chi è interessato: Baudrillard Nicholas, Postproduction. Come l’arte riprogramma il mondo, Postmedia, 2004.
Un ultimissima cosa: il mio testo di Kerbaker è costellato di punti interrogativi che ho posto dove la logica mancava o usciva dai binari. Potrei inaugurare una rubrica di ” critica a Kerbaker pagina per pagina”.
Magari qualcuno mi potrebbe illuminare sulle migliaia di nessi mancanti…
Buongiorno a tutti. Sono l’autore dello Stato dell’arte. Ho letto i commenti, anche e soprattutto quelli negativi.
Personalmente, credo molto nel confronto de visu. Mi piacerebbe quindi poter avere un incontro con voi per discutere le diverse idee.
Chiedo al Prof. Villa se e come possiamo organizzare… chissà mai che non ne venga fuori anche qualche illuminazione sui nessi mancanti…