
Questo spazio è dedicato a domande, commenti, osservazioni sul testo in questione.
Postato in: bibliografia

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La lettura del testo di De Varine ha stimolato in me alcune considerazioni sulle proposte avanzate e, più in generale, sul ruolo dei musei ai giorni d’oggi. L’argomento è senza dubbio estremamente complesso e sfaccettato, difficile da analizzare per sommi capi. Lo stesso De Varine tiene a precisare che le sue proposte non sono modelli da seguire ma suggerimenti che vanno contestualizzati caso per caso. L’idea di ecomuseo, secondo la formulazione proposta nel libro, è senza dubbio affascinante: il museo è considerato il principale strumento per lo sviluppo di una comunità (intesa come insieme di persone che condividono lo stesso territorio e certe tradizioni). Dal rapporto con il patrimonio culturale, inteso in senso ampio come insieme di tradizioni storia oggetti e territorio, la comunità acquisisce consapevolezza di sè, contribuendo al proprio sviluppo (anche economico). Il museo (che nell’ottica di De Varine non è mai associato a un mero contenitore di oggetti, ma ad un insieme di attività) è “l’espressione del territorio” (nel caso del museo territoriale), e “l’espressione della comunità”, che diventa attrice del proprio sviluppo: coinvolgere la comunità nell’organizzazione delle attività culturali per “far nascere la fiducia in se stessi, la creatività, la capacità di iniziativa”. Questo approccio, secondo l’autore, si può applicare anche alla scuola, adottando il processo museologico (concezione iniziale, programmazione, allestimento degli spazi, individuazione e raccolta di oggetti, analisi e studio, inventariazione, conservazione, presentazione, animazione) in modo cooperativo, associando genitori, ragazzi e insegnanti. Anche in questo caso l’obbiettivo non è certo quello di creare collezioni stabili, ma sollecitare gli studenti a confrontarsi con le proprie tradizioni e con il territorio in cui vivono, ad “abituare i ragazzi, sin dalla più tenera età, a vedere a tre dimensioni, a toccare e a rispettare il patrimonio culturale”.
Alla base di questa nuova museologia c’è la convinzione profonda che il museo, per ritornare a essere utile alla comunità, deve evolversi e trasformarsi al pari della comunità stessa: per questo i musei, o meglio gli ecomusei, non possono riguardare solo il passato e non possono essere gestiti da figure portatrici di saperi inaccessibili (De Varine si riferisce al mondo accademico in particolare). E’ la comunità che decide cosa salvare (tradizioni, oggetti, territorio), perchè è sempre più consapevole del proprio sviluppo. In questo modo non c’è più l’imposizione dall’alto di cultura come avviene nei musei “tradizionali”, dove collezioni, oggetti, allestimenti, percorsi didattici sono decisi e selezionati da esperti: l’imposizione contrasta uno sviluppo libero e, soprattutto, cosciente e partecipato.
Fin qui ho tentato di sintetizzare le linee guida, espresse in maniera convincente dall’autore.
Il contenuto provocatorio di alcune affermazioni (per esempio il fatto che musealizzare un oggetto equivale a distruggerlo) ha il merito di sollevare interrogativi che raramente vengono posti in sede accademica. La riflessione di De Varine ha inizio con la domanda: perchè il museo tradizionale è in crisi?
Le risposte date sono senza dubbio vere, le proposte avanzate sono interessanti e stimolanti.
D’altra parte mi chiedo: il nuovo museo di De Varine (l’ecomuseo) sarebbe attuabile su vasta scala? Gli esempi descritti nel libro riguardano tutti comunità di piccole dimensioni (basta calcolare la densità media di abitanti/Km a Serra D’Algavre in Portogallo, a Bouguenais e a Le Creusot-Montceau in Francia, a Montalegre e Boticas in Portogallo, nella valle di Rio Guadalope in Spagna ecc..). Sarebbe possibile coinvolgere (De Varine intende coinvolgere nella sfera decisionale!) “comunità” di milioni di persone, a Roma, Milano, Parigi, Londra, Mosca, N.Y. e in qualunque altra grande città? E poi, siamo sicuri che una fruizione unicamente estetica (che De Varine deplora in quanto non contribuisce allo sviluppo) è privilegio di pochi?
Sopratutto a riguardo dell’ultima lezione, mi premeva concordare con chi, in merito all’opinione di de varine, riteneva non confrontabili i testi analizzati.
Credo infatti che i contesti ed i punti di partenza dei ragionamenti siano diversi e seppur in certi casi discordanti, necessitino di analisi e contestualizzazioni separate.
grazie
Schiavi Gian mario
Buongiorno a tutti!
Completata la lettura dei testi d’esame mi premeva fare un osservazione… Senza dubbio i tre saggi non sono rapportabili tra loro in quanto, partendo dal presupposto comune della valorizzazione del patrimonio culturale, si pongono senza dubbio su piani differenti, a mio avviso, tutti con posizioni molto radicali, dalle quali è possibile però trarre spunti piuttosto interessanti.
Basti notare come tutti e tre gli autori trovino fondamentale l’EDUCAZIONE al patrimonio culturale come presupposto essenziale e basilare di una corretta valororizzazione dello stesso. Certo, ciò che varia è il metodo suggerito per poter giungere a compimento di questo processo.
Laddove Settis si augura il ritorno ad una formazione accademica e tradizionalista ed in un certo qual modo elitaria (mi sembra utopistico sperare in una democratizzazione culturale ad un livello così alto come quello che si prefigge l’autore), Kerbaker punta indubbiamente al sistema dell’edutainment e nel coinvolgimento di una fascia di utenti il più larga possibile, talvolta a scapito della qualità del messaggio. Infine De Varine si pone come obbiettivo quello di un’informazione ed un’educazione continua, capillare e coinvolgente che parta dal basso verso l’alto, in un processo di miglioramento.
A mio avviso, come in altri passi dei tre testi presi in esame, non si può fare a meno di concordare con tutte e tre queste posizioni, nonostante da un primo punto di vista possano sembrare inconciliabili. L’informazione deve partire dal basso, arrivare a tutti e i musei devono saper offrire diversi piani conoscitivi contemporaneamente, accontentando al contempo un pubblico medio e i bambini con la formula dell’edutainment e un target culturalmente più elevato di esperti del settore che dalla visita vuole carpire delle nozioni extra rispetto a quelle che già possiede.
Vera Dell’Oro