Inserisco questo contributo di Vera Dell’Oro
Quest’anno più che mai Fiera Milano ha scommesso sulla tredicesima edizione della mostra-mercato dedicata all’arte moderna (‘900) e contemporanea, per riconfermare il dinamismo della città all’interno del mercato dell’arte internazionale, al terzo posto dopo New York e Londra (dato che, devo ammettere, mi ha lasciata parecchio sorpresa).
Sabato pomeriggio ho visitato la MiArt, evento che da ormai qualche anno non perdo di vista, in quanto è una delle rare occasioni a Milano per poter osservare da vicino l’arte contemporanea e, in questo senso supplisce forse la mancanza di un museo in città interamente dedicato alle nuove tendenze.
Ovviamente, trattandosi di una fiera in cui espongono le maggiori gallerie d’arte, la disposizione è un po’ caotica e la distinzione dei padiglioni tra moderno e contemporaneo è pressoché inutile in quanto in entrambe le zone si trovano artisti che non si sa bene come classificare (Fontana, Birolli, Crippa, Schifano…). Inoltre si tratta di un evento rivolto soprattutto ad addetti ai lavori e potenziali acquirenti quindi non ci si può aspettare una funzione didattica, ma spesso erano completamente assenti persino le targhette delle opere. Ad ogni modo alcune gallerie hanno allestito gli stand in modo che anche un pubblico più generico potesse accedere alle opere aiutandosi ad esempio con gadget, copie di riviste di settore in omaggio, pieghevoli o cartoline a fianco dei quadri stessi che ne riportavano l’immagine e la biografia dell’artista sul retro, iniziativa davvero interessante per far conoscere al pubblico gli artisti emergenti. All’interno della fiera era disposto inoltre uno stand della libreria Pickwick in cui si potevano acquistare cataloghi e libri di settore a prezzi convenienti.
Quest’anno un occhio di riguardo era puntato sugli artisti dell’America Latina , settore interessante che permette di visionare le tendenze di un insieme di Paesi in perenne trasformazione, in cui l’arte contribuisce prepotentemente a definire un’identità politica e culturale. Purtropopo la sezione dedicata a questa iniziativa era la più piccola e non mi è parsa molto frequentata. Tutto sommato invece gli altri due padiglioni mi sono sembrati piuttosto visitati da un pubblico con target anche molto differenziati fra loro, nonostante l’ingresso fosse piuttosto costoso: intero 15 euro – ridotto 10 euro (tuttavia è piuttosto semplice ottenere degli inviti richiedendoli nelle gallerie d’arte che espongono in fiera).
Evidentemente l’evento è stato ben pubblicizzato (ha persino subito un restyling dell’immagine coordinata da parte dell’architetto Pierluigi Cerri), a mio parere più degli anni precedenti, anche attraverso progetti che si muovono all’interno della MiArt e nella città che la ospita: un laboratorio di idee che agisce in collaborazione con quanti, a Milano, promuovono l’arte contemporanea, dagli Enti istituzionali alle diverse realtà pubbliche e private, Università e Fondazioni (Stelline e Pomodoro), fino alle differenti associazioni di collezionisti.
Inoltre l’evento ha permesso di svolgere un’intensa attività di convegni e tavole rotonde, tutte realizzate con partner prestigiosi e ancora volti ad indagare nel profondo il ‘sistema arte’ nelle diverse componenti. Ad esempio ho avuto l’occasione di seguire la conferenza coordinata da Philippe Daverio dal titolo “Greed or Quality. Il prezzo del valore – il valore del prezzo”, un dibattito aperto al pubblico sul mercato dell’arte e sulla sua evoluzione contemporanea, che sembra sempre più determinarsi oltre il significato delle opere, in cui la loro importanza dipende strettamente dalla quotazione, da cui ho tratto riflessioni interessanti.
Infine iniziativa interessante è stata il FuoriMiArt con un calendario ricco di iniziative che soggetti pubblici e privati hanno sviluppato intorno alla fiera d’arte a conferma del legame che si stringe e si intensifica di anno in anno fra la mostra-mercato e la città che la ospita, con numerosi eventi collaterali che hanno dato vita ad un inedito percorso fra musei, fondazioni e associazioni, ampliando la kermesse fuori dei suoi confini, in luoghi e orari diversi, creando un network nel tessuto urbano, ad esempio con le installazioni nelle piazze della città, che incuriosiscono i passanti.
Credo che la MiArt sia destinata a trasformarsi in un nuovo Salone del Mobile, che richiama turisti e coinvolge sempre più ogni angolo della città, e questa è una cosa molto positiva. A lasciare l’amaro in bocca è la consapevolezza che questo avviene ancora una volta, nella città degli affari, per un resoconto economico e che questi progetti culturali non possono essere promossi dallo stato per mancanza di fondi e di iniziativa.
Vera Dell’Oro
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